Riserva Sasso di Simone

Reperti Fossili

I numerosi reperti fossili di vegetali, invertebrati e vertebrati, ritrovati nei terreni affioranti nell'area contribuiscono a chiarire l'evoluzione geologica di questa porzione di Appennino.

La conoscenza degli ambienti in cui hanno vissuto i taxa riconosciuti ci permette di ricostruire le fasi geologiche che hanno portato all'attuale situazione morfologica.
In una delle grandi colate di fango intorno al Sasso di Simone sono stati ritrovati tronchi di albero, il cui rinvenimento è di notevole importanza in quanto permette di datare il fenomeno franoso. Su un primo tronco è stata eseguita un'analisi morfologica presso l'Istituto di Ricerca sul Legno del CNR di Firenze (a cura del dott. U. Tamburini), sia una datazione radiometrica con il metodo del carbonio 14, presso il
Laboratorio Radiocarbonio del Dipartimento di Scienze della Terra, dell'Università La Sapienza di Roma (a cura del prof. G. Calderoni).

Il tronco non si presenta lignizzato ed è stato soggetto a soli processi chimici che ne hanno determinato una progressiva riduzione del peso specifico, in un ambiente con abbondante circolazione d'acqua. Il legno è attribuibile alla specie arborea Abies alba (Abete bianco), attualmente molto comune nelle foreste delle aree montane dell'Appennino sopra i 1000 m s.l.m.

La datazione al carbonio 14 ha fornito un'età di 6.940 anni, corrispondente al Periodo Atlantico dell'Olocene. Nella medesima frana sono stati rinvenuti anche altri due tronchi fossili, esposti nel museo di Sestino. Tali tronchi hanno subito un più spinto processo di carbonificazione in ambiente povero di ossigeno e con scarsa circolazione d'acqua, per cui il legno si è trasformato in lignite.

La datazione al carbonio 14 ha confermato un'e tà superiore ai 45.000
anni. L'albero è cresciuto in un ambiente caldo umido, con una temperatura media annua più elevata di qualche grado rispetto a quella attuale. L'esame al microscopio non ha consentito il riconoscimento della specie arborea.

Fra i resti di invertebrati rinvenuti nelle formazioni affioranti nell'area, il gruppo delle lucine è quello meglio documentato. Le lucine sono dei bivalvi di grandi dimensioni che vivono infossati in fondali sabbiosi e fangosi. Alcune forme si adattano a condizioni anaerobiche del substrato, potrebbe essere questo il caso dell'ambiente di deposizione dei Calcari a Lucine.

La roccia che ingloba questi bivalvi è infatti di grana fine e colore scuro, costituzione compatibile con un ambiente di sedimentazione abbastanza profondo e povero in ossigeno.

Le Lucine sono inoltre gli unici fossili presentati in questa roccia, come se al tempo della sua formazione le condizioni ambientali fossero proibitive per la maggior par te delle altre forme betoniche.

In alcuni blocchi arenacei provenienti dalla parte alta della formazione dei Ghioli di Letto è stata ritrovata una ricca fauna di gasteropodi e bivalvi e numerosi denti di pesce.

L'associazione è costituita di individui appartenenti ad un alto numero di specie e con diverse abitudini di vita. Tra queste sono rappresentati gasteropodi e bivalvi filtratori, gasteropodi carnivori o necrofagi, come Naticidi e Nassaridi e pesci predatori come squali.

L'associazione nel suo insieme fa pensare ad un ambiente marino poco
profondo, ricco di materia organica in sospensione ed ospitante una comunità di organismi ben diversificata.

Le associazioni fossili di invertebrati rinvenute nella formazione di S. Marino suggeriscono ambienti marini diversi da quelli precedenti. Nelle arenarie di questa formazione si trovano essenzialmente due gruppi di
fossili: bivalvi pettinidi ed echinodermi.

A questi si aggiungono resti di Briozoi e di organismi incrostanti come
alghe calcaree. Tra i pettinidi troviamo alcune forme in grado di nuotare liberamente sul fondo e altre più pesanti. Si tratta di bivalvi filtratori adatti a vivere sui fondali sabbiosi in presenza di correnti anche elevate, quindi ricchi di particelle in sospensione e poveri di materia organici.

Forme ugualmente adattate a tali ambienti sono quelle incrostanti come briozoi, serpulidi e alghe calcaree, i fossatori profondi come gli
echinodermi spatangoidi e quelli superficiali di grosse dimensioni. Dalla formazione dei Ghioli di Letto provengono anche rari resti di mammiferi.

La scarsità di questi reperti non ha consentito un'attribuzione sistematica precisa, tuttavia essi rivestono una certa importanza, in quanto la documentazione fossile dei mammiferi nell'intervallo di tempo rappresentato da questa formazione (Miocene Superiore) è piuttosto scarsa in Italia.

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