Usanze

Il Guado

Il territorio di Sestino offre l’occasione di un viaggio nel passato alla scoperta di quella che fino alle soglie del ‘700 è stata una delle più importanti attività produttive locali: la coltivazione del guado.
Il “guado” o”guato” (Isatis tinctoria di Linneo) era una pianta erbacea coltivata in molte parti d’Europa, che per circa quattro secoli (XIV – XVII secolo) è stata la principale risorsa di molti territori appenninici costituendone l’economia base. Essa veniva utilizzata per tingere d’azzurro le stoffe; un colore che nasceva da una lavorazione straordinariamente complessa, che ha costituito una fiorente attività economica fin quando, nel XVIII° secolo, l’azzurro prodotto dal guado venne soppiantato dall’indaco proveniente dalle Indie, molto più economico e di facile impiego.

Localmente questa economia è testimoniata dalle numerose macine ritrovate su tutto il territorio comunale, oggi abbandonate nei campi, lungo le strade o riutilizzate nelle forme più svariate: fanno da basamento per croci, abbelliscono giardini o, scavate, servono come abbeveratoi.

LA COLTIVAZIONE E LA LAVORAZIONE

Il guado veniva coltivato in terreni zappati in profondità e ben concimati, perché la piantina aveva bisogno di crescere in terra ben nutrita e grassa. Alla fine dell’inverno si collocava il seme in superficie coprendolo con poca terra. Della pianta si utilizzavano solo le foglie che crescevano abbondanti e che venivano strappate o tagliate dal ceppo anche cinque volte l’anno a partire da maggio fino ad ottobre.
Le foglie venivano poi sottoposte alla macinatura effettuata dal coltivatore stesso in una macina che veniva gestita, spesso in società, nei luoghi della coltivazione. Le foglie macinate, liberate dal liquame, venivano ridotte in pasta poi divisa in palle o pani che erano posti in appositi e ariosi supporti o cannicciati per l’essiccazione. I pani erano poi venduti ai mercanti che li sottoponevano alla delicata manipolazione della macerazione fino a che, trasformati in polvere, venivano venduti alle tintorie dell’Arte della Lana.

IL MULINO DA GUADO

Il mulino per la lavorazione del guado era composto da due grosse macine in pietra, di cui una fungeva da base fissa, canalizzata a raggiera per permettere la fuoriuscita della pasta e del liquame, la seconda in piedi o ruotante, girava attorno ad un’asta a bandiera e veniva fatta rotolare da un animale “alla stanga” o dalla forza dell’acqua o del vento.

UN VIAGGIO NELLA MEMORIA

Le numerose macine sparse su tutto il territorio comunale sono testimonianza di una intensa e diffusa coltivazione del guado. Ogni comunità, ogni agglomerato di case, aveva il proprio mulino che spesso veniva gestito in società; la frequenza della raccolta e l’abbondanza delle foglie di guado da macinare giustificano l’elevato numero di mulini, posizionati fino a 1000 metri s.l.m., che lavoravano a ciclo continuo dall’inizio della produzione fino ad ottobre.

Lungo un itinerario che comprende i principali borghi sestinati è possibile osservare macine da guado in buono stato di conservazione a Monterone, Martigliano, Valdiceci, Poggio Mazzolo, Calgaglia, Colcellalto; macine di cui, ad un certo punto della storia, si era persa la memoria del loro utilizzo e che oggi sono state riscoperte assieme a tutta l’economia collegata al loro impiego.

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